Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

venerdì 6 aprile 2018

L'AMORE INDICA LA STRADA

Venerdì fra l'ottava di Pasqua

L'ultimo capitolo del vangelo di Giovanni è stato descritto come una sorta di ripetizione, ripresa o ricapitolazione di gran parte dei vangeli: la chiamata dei discepoli, i pani, l'eucaristia, il camminare sull'acqua, la brace di carbone, una pesca miracolosa, le reti, la pesca di uomini, Simon Pietro, Tommaso, Natanaele, i figli di Zebedeo, altri due (come altrove ci sono spesso "altri discepoli").
Allo stesso tempo, è ora detto "dall'altro lato". È post-pasquale e un po'surreale (gli esseri umani sono in mare e i pesci sono sulla riva). Succede "quando già era l’alba", tra il tempo dell'oscurità e la prima luce del giorno. Avviene tra acqua e terra. Ci potrebbe ricordare il segno di Giona, con gli uomini vomitati fuori dal mare. E Cristo come pesce e pane.
I discepoli sono indotti a vedere che Gesù è vivo ed è presente in mezzo a loro. L'amore indica la strada e il discepolo amato è il primo a parlare. Non è la prima volta che il vangelo di Giovanni ci insegna che l'amore è il primo a rendersi conto delle cose – il discepolo amato ha raggiunto la tomba prima di tutti, Maria Maddalena è stata la prima a incontrare il Risorto, ora l'amore indica la strada.
Pietro agisce in modo strano. Ci sono buone ragioni per questo. La brace di carbone sulla quale qualcuno sta preparando la colazione gli ricorda l'ultima volta che si era trovato davanti a un fuoco di carbone e aveva rinnegato Gesù. È noto che il suo triplice rinnegamento è ora annullato da una triplice affermazione del suo amore per Gesù. È ancora un capo nel gruppo, scelto per avere un'attenzione particolare, ‘soprintendendo’, in qualche modo, all'opera di pesca della Chiesa.
E l'Eucaristia è il modo supremo in cui i discepoli sanno di essere in presenza del Signore Risorto, riconoscendolo nella frazione del pane, lasciandosi nutrire da lui, dando se stessi in servizio amorevole agli altri così come lui ha dato completamente se stesso in amorevole servizio a noi.

giovedì 5 aprile 2018

LA CREATIVITÀ DEL DIO DELLE SORPRESE

Giovedì fra l'ottava di Pasqua


Pietro e Giovanni sono testimoni. Essi testimoniano gli eventi accaduti, la condanna e l'esecuzione di Gesù di cui tutti sono già a conoscenza, ma poi anche la sua risurrezione. Questo è il compito specifico dell'apostolo: essere testimone della risurrezione.
Questo li obbliga a diventare anche interpreti, maestri di un nuovo modo di leggere le Scritture. La legge, i profeti, i salmi, la promessa ad Abramo, l'alleanza con Mosè, l'insegnamento dei profeti da Samuele in poi ... tutto deve essere riesaminato alla luce di ciò che è successo. Abbiamo familiarità con l'idea che la vita e il ministero di Gesù assumono un nuovo significato quando li leggiamo alla luce della risurrezione. Ciò che gli apostoli ci insegnano è che tutta la storia dei rapporti di Dio con la gente assume un nuovo significato quando viene riletta alla luce della risurrezione.
Proprio come c'è continuità e discontinuità nell'esperienza dei discepoli del Risorto, c'è continuità e discontinuità nella comprensione della storia di Israele. Talvolta lo riconobbero e lui era per loro una persona familiare. In altre occasioni non riuscivano a riconoscerlo o addirittura li riempiva di paura e di inquietudine. Le antiche promesse fatte a Israele: sono realizzate o soppiantate nella risurrezione di Gesù? Ciò che è accaduto ha una continuità con quello che era successo prima o no? A questa domanda dobbiamo rispondere "entrambe le cose": c'è continuità nel compimento delle promesse, c'è discontinuità nel modo radicalmente inatteso in cui sono state realizzate.
Possiamo fare un passo ulteriore e dire che anche la vita della Chiesa e ogni vita vissuta alla luce di questa fede saranno caratterizzate dalla continuità e dalla discontinuità. A volte le cose si svolgeranno nei modi in cui ci aspettiamo a partire da ciò che abbiamo già sperimentato dei modi di agire di Dio con noi. Ma a volte le cose si svolgeranno in modi che non ci aspetteremmo o non sospetteremmo. Non c'è fine all'inventiva del "Dio delle sorprese" che è sempre creativo ed è anche sempre fedele.

Significa che la risurrezione non è semplicemente una questione di lasciare ciò che è “qui” per essere "lì", ma è una trasformazione di ciò che è “qui”, questo corpo, queste relazioni, questo comportamento, qui e ora. Non è solo una questione di aspettare qualche illuminazione futura, ma di nuovo significato, nuova luce, nuove possibilità per dove siamo ora e per chi siamo. Si tratta di ripensare il nostro passato, leggendolo alla luce della risurrezione, per vivere una nuova vita ora e in futuro.

mercoledì 4 aprile 2018

IL CONFORTO DELLA SUA PRESENZA

Mercoledì fra l'ottava di Pasqua

Qualcosa ha impedito loro di riconoscerlo. Cos'era? Paura o sgomento? Una cecità causata dall'umiliazione e dalla sconfitta? O il fatto che neanche per un momento avevano previsto una resurrezione quindi l'ultima cosa che poteva venir loro in mente era che potesse essere Gesù? O qualcos'altro?
La loro difficoltà a riconoscere che Egli era davvero risorto dai morti si è lentamente dissolta al vibrare della sua voce, alle parole del suo insegnamento, alla sua apertura delle Scritture per loro, quando mostrava come le parole delle Scritture si applicavano al Cristo, a ciò che gli doveva accadere...
Sempre senza riconoscerlo, gli chiedono di restare con loro, anche se lui fa come per andare avanti. Al loro invito rimane. Cosa significa? Stanno trovando conforto in quello che sta dicendo loro, nella Sua presenza, anche se non riconoscono ancora pienamente che è Lui. Ma poi prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro, e in queste azioni eucaristiche Lo riconoscono, nella frazione del pane, nella frazione (così sembra) della Sua presenza con loro.
Il messaggio è chiaro e potente, per la prima comunità dei credenti e fino a noi molti secoli dopo. Non avere paura. Abbi un cuore grande. Egli rimane con te, così come rimase con noi, nell'apertura delle Scritture e nella frazione del pane.

martedì 3 aprile 2018

MENTRE CERCAVA COLUI CHE IL SUO CUORE AMAVA

Martedì fra l'ottava di Pasqua



Le apparizioni della Risurrezione si possono forse definire più adeguatamente come ‘incontri di Risurrezione’. È apparso, sì, ed è stato visto, anche se a volte non immediatamente riconosciuto. Ma c'è anche la conversazione, lo stare seduti a tavola, il camminare insieme lungo la strada, il preparare la colazione, il mangiare pesce e con Tommaso, forse, toccare.
Né è necessaria semplicemente una vista fisica al fine di 'vedere' il Risorto. In molti di questi incontri c'è incertezza su chi sia, dubbio e discussione, paura e apprensione. Il Signore Risorto lo si incontra all’interno della fede e, in primo luogo, con l'amore. Coloro che hanno ascoltato la predicazione degli apostoli si sono sentiti 'trafiggere il cuore'. Maria piangeva mentre cercava colui che il suo cuore amava. Il discepolo prediletto è il primo a riconoscerlo nell'incontro annotato in Giovanni 21.
Questi incontri sono sempre anche vocazionali. C’è sempre il caso che la grazia comporta la vocazione. L'incontro con il Signore Risorto spinge verso la missione, le persone vengono inviate per parlare agli altri, per continuare l'opera di Gesù, per essere gioiose e impegnate nel lavoro di edificazione della Chiesa.
Maria riconosce Gesù quando la chiama per nome. Tante storie vocazionali nella Bibbia prendono questa forma. E poi la manda: 'Va’ dai miei fratelli e dì loro'. Lei diventa l'apostola degli apostoli, prima testimone della risurrezione.
Maria Maddalena è stata identificata con la donna della quale leggiamo, in Luca 7, che lava i piedi di Gesù con le sue lacrime e li asciuga con i suoi capelli. Che fosse la stessa o no, possiamo dire di Maria Maddalena che ha visto il Signore Risorto, perché ha molto amato. La sua testimonianza è parte della testimonianza apostolica su cui è fondata la fede di tutte le successive generazioni di discepoli.

venerdì 30 marzo 2018

PAROLE NEL SILENZIO


Di fronte alla morte diventiamo tutti muti. Non abbiamo parole adeguate per questa realtà che va al di là della nostra esperienza personale. Il Venerdì Santo più che mai ci troviamo in questa difficoltà: di fronte alla morte del Figlio di Dio, che c’è da dire? Come mai possiamo parlare quando il Verbo stesso è morto?

Ma abbiamo le sue parole, dalla croce: il Vangelo di Giovanni ne ricorda tre, e da queste parole possiamo imparare qualche cosa sul significato di questa morte, avere un'idea di come Gesù stesso abbia sperimentato e vissuto la sua morte.

‘Donna, ecco tuo figlio.’ ‘Donna’ è il titolo che Gesù ha dato a sua madre nel secondo capitolo del Vangelo di Giovanni, alle nozze di Cana. E ci sono tanti legami fra quel miracolo dell’acqua diventata vino e questo momento della morte di Gesù sulla croce. Quello era il primo segno dato da Gesù e la sua morte sulla croce è il suo ultimo segno. Alle nozze di Cana manifestò la sua gloria ai discepoli e sulla croce manifesta la sua gloria al mondo intero. A Cana diceva che non era ancora giunta la sua ora: sappiamo che l’ora della quale parlava è l’ora della sua passione e della sua morte, l’ora di passare da questo mondo al Padre.

‘Ho sete.’ È la seconda parola di Gesù dalla croce. Il miracolo di Cana già ci invita a pensare alla sete più profonda, non soltanto quella dell’acqua o del vino, ma la sete della verità, dell’amore, della giustizia, magari la nostra sete anche di Dio. Gesù parlava spesso di un’acqua che è venuto a darci: ‘Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete’, diceva alla Samaritana. Una volta insegnando nel tempio diceva: ‘Chi ha sete venga a me e beva … chi crede in me … fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno.’ Questo egli disse, Giovanni ci spiega, riferendosi allo Spirito. Adesso, dalla croce, Gesù stesso dice ‘ho sete’. È la sete di un uomo che sta morendo, certo, ma anche la sete del Verbo Incarnato, la sete del Figlio Eterno, il suo desiderio dell’amore del Padre, e che quelli che egli ama possano partecipare di quell'amore, nella comunione dell'amore divino. Quando il soldato colpì il suo fianco, subito ne uscì sangue e acqua. Nel momento in cui Gesù dà tutta la sua vita, tutto il suo potere, tutto il suo amore, la sua sete crea una sorgente di vita spirituale e soprannaturale che è la vita della Chiesa.

‘È compiuto.’ Questa è l’ultima parola di Gesù secondo il vangelo di Giovanni. Tutto è fatto. L’ora è compiuta. L'opera è finita. È rimasto fedele alla volontà del Padre, mostrando al mondo intero la gloria del Figlio unico del Padre, pieno di grazia e di verità. ‘Chinato il capo, consegnò lo spirito.’ È il momento della sua morte, è entrato nelle tenebre della morte. Il mondo è ancora una volta informe e deserto, le tenebre ricoprono l’abisso, ma lo spirito consegnato da Gesù aleggia sulle acque.

mercoledì 28 marzo 2018

GIOCARE A NASCONDINO CON DIO


Da bambini chiamavamo questo giorno 'Mercoledì della spia'. È il giorno che Giuda ha speso alla ricerca di Cristo, cercando l'opportunità di tradirlo. In pochi giorni sentiremo di Maria Maddalena, anche lei alla ricerca di Cristo, di colui che hanno portato via. 

Ci piace pensare a noi stessi come a persone 'alla ricerca di Cristo', che cercano di trovarlo e riconoscerlo nelle diverse circostanze della propria vita. Sia Giuda che Maria lo hanno cercato. Perché noi lo stiamo facendo, allora, qual è la nostra motivazione? Che cosa vogliamo fare con lui quando lo troveremo? Speriamo che la nostra motivazione sia più vicina a quella di Maria, cioè che abbiamo imparato ad amare lui, che a quella di Giuda, cioè che vogliamo usarlo, o persino, in qualche modo, 'abusare' di lui.

Nel corso della nostra vita, di tanto in tanto perdiamo Cristo e questa è per noi l'occasione di riflettere, in primo luogo, sul perché lo cerchiamo. Laddove siamo certi che lo troveremo - la creazione, la Bibbia, il vicino di casa, la liturgia, la vita e l'opera della Chiesa, l'Eucaristia - a volte siamo riempiti di un senso della sua presenza, e altre volte questi stessi luoghi ci lasciano nella freddezza. La vita spirituale è una serie di perdite e di ritrovamenti di Cristo. Nel Cantico dei Cantici, grande testo mistico della Bibbia, essa è stata descritta come un gioco di ‘nascondino’, cui piace giocare ai bambini e agli amanti, fingendo di perdere quello che amano in modo da provare l'emozione di ritrovarlo.

Nella nostra vita di fede non sempre questo si percepisce come un gioco. E si gioca per davvero, mentre lo perdiamo e troviamo ripetutamente. Ma ciò avviene affinché scopriamo il motivo per cui lo stiamo cercando. Come i discepoli nel Vangelo di oggi, non siamo sicuri di non essere proprio noi coloro che lo tradiranno. Lo cerco perché lo amo o per rassicurare me stesso riguardo qualcosa? Lo cerco perché voglio semplicemente essere con lui o perché voglio usare in qualche modo lui, la sua vita, il suo insegnamento, la sua potenza, per scopi che non sono coerenti con la sua vita e il suo insegnamento o il suo potere?

Il perdere e il ricercare e il ritrovare continueranno finché non impariamo questo: è Cristo che ci sta cercando e tutti noi abbiamo bisogno di sapere come riceverlo per dargli il benvenuto, per aprire la porta a lui che bussa, per essere grati e gioiosi per il suo amore salvifico.

domenica 25 marzo 2018

UN RAPPORTO CHE SIAMO INVITATI A CONDIVIDERE

Domenica delle Palme o della Passione del Signore
Letture:

Il racconto di Marco sull'arresto, il processo e l'esecuzione di Gesù è semplice, persino austero. Passa velocemente da un momento all'altro, riassumendo gli eventi che si sono svolti nell'arco di ventiquattro ore, dalla preparazione alla Pasqua alla sepoltura del suo corpo. Fornisce lo schema per i racconti più elaborati che troviamo negli altri tre vangeli. 

Dato che il suo racconto è così succinto, è ancora più interessante considerare le cose che si trovano solo nel racconto di Marco e non sono comnsiderate dagli altri evangelisti.

Una di queste è l'uso del termine 'Abba' nella preghiera di Gesù nel Getsemani. Per molto tempo è stato accettato che questo termine aramaico fosse una forma intima con cui un figlio poteva rivolgersi al padre, qualcosa di simile a 'paparino' o 'papà'. Più di recente gli studiosi hanno messo in discussione questa interpretazione. In ogni caso, ovunque si presenti nel Nuovo Testamento, è sempre in combinazione con il termine greco per "padre", pater (qui in Marco 14,36 e nei due modi di utilizzare il termine da parte di Paolo, Romani 8,15 e Galati 4,6).

Ci sono molti altri riferimenti a Gesù che prega suo padre e può darsi che Marco voglia sottolineare l'intimità di questa relazione nel momento in cui viene messa più duramente alla prova. Gli altri punti in cui i termini aramaici sono registrati nei vangeli implicano tutti forti reazioni emotive in Gesù. Paolo poi ci insegna che il rapporto che Gesù ha avuto con il Padre è un rapporto che tutti siamo invitati a condividere. L'incapacità dei suoi discepoli di stare con Gesù durante l'agonia nell'orto, tuttavia, ci sarà familiare già a partire dalle nostre esperienze di cercare di rimanere fedeli al suo insegnamento.

Il racconto di Marco di questa passione viene scandito dagli orologi della notte. In alcuni atti il dramma si svolge tra l'imbrunire e l'alba, per poi passare agli altri eventi del Venerdì Santo. Il libro dell'Esodo descriveva la notte prima dell'attraversamento del Mar Rosso come "una notte di veglia da parte del Signore" (Esodo 12,42) che, come un genitore ansioso, una sentinella vigilante, o un guardiano premuroso, veglia sulla persona amata. Questa era la veglia originaria, operata da Dio, quando vegliava su suo figlio Israele. Il racconto della passione di Marco ci presenta un'altra notte di veglia di Abba, Padre, che non abbandonerà mai suo Figlio, ma lo risusciterà e lo farà sedere alla sua destra nel regno della gloria che sta per arrivare.

Un altro episodio registrato solo da Marco riguarda un giovane che indossa solo un panno di lino che viene gettato via da lui mentre fugge, nudo, dal giardino. Marco non offre alcuna spiegazione, né identifica il giovane. I vestiti di lino sono associati al sacerdozio e alle liturgie del Tempio. Ci viene detto che tutti i suoi discepoli lo hanno abbandonato tranne questo giovane che lo stava seguendo. Forse è Giovanni, il discepolo prediletto, che il vangelo di Giovanni ci dirà essere stato sotto la croce con Maria, la madre di Gesù.

C'è un versetto, nella profezia di Amos, che parla del giudizio di Dio su Israele, che dice che "il più coraggioso fra i prodi fuggirà nudo in quel giorno" (Amos 2,16). "Quel giorno" è il giorno del giudizio del Signore sul suo popolo. Forse questo è quanto ci è dato di vedere in questo strano momento registrato da Marco, un compimento di questa profezia. Sembrerà in seguito che Gesù sia colui che viene giudicato, mentre in realtà il suo processo e la sua esecuzione sono la rivelazione della giustizia di Dio e, dall'altra parte, la condanna dell'ingiustizia umana.

Forse il giovane è una figura celeste e angelica, che lascia Gesù per il momento, solo per apparire più tardi al sepolcro. Dove Gesù nudo era stato avvolto in un telo di lino, ora appare un giovane vestito di bianco che dice alle donne che Gesù è risorto dai morti. Forse è una figura che segna il passaggio dalla fine della vita terrena di Gesù all'inizio della sua vita da risorto. E così facendo prefigura il cristiano rinato che scenderà, nudo, per essere battezzato e risorgerà con Cristo per essere unto e avvolto nella veste bianca della sua nuova dignità.

Nonostante la sua semplicità e il suo ritmo ci sono molti punti, nel racconto della passione di Marco, che ci incoraggiano a fermarci e a riflettere.