Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

sabato 7 ottobre 2017

QUALCOSA DI RADICALMENTE NUOVO

XXVII Domenica A

Ci fu un tempo in cui l'Irlanda fu invasa da proprietari terrieri non residenti nelle proprie terre. Conoscendo le ingiustizie che accompagnano inevitabilmente questa forma di proprietà e di gestione, ci si potrebbe un po' turbare al pensiero di Dio come un padrone di casa assente, come pare che la lettura tradizionale di questa parabola suggerisca. La Galilea dell'epoca di Gesù aveva la sua parte di proprietari assenteisti: ricchi siriani ed egiziani che mantenevano lì delle proprietà, lavorate dagli affittuari, mentre loro stessi mandavano i propri agenti (i loro "servi" come li chiama la parabola) per riceverne i profitti al momento opportuno.
Ci sono altri aspetti di questa parabola che lasciano perplessi. Uno è il fatto che la lettura tradizionale sembra cadere un po' troppo facilmente nella conclusione che gli ebrei abbiano fallito e sia giunto il momento per i cristiani di prendere il loro posto ("a voi sarà tolto e sarà dato a un altro popolo"). Un recente commentatore afferma che l'interpretazione di questo testo è ora determinante nei rapporti ebraico-cristiani e si può capire il perché.
Un terzo mistero da mettere insieme a quello di Dio come padrone di casa assente, vero potenziale per l'antisemitismo, è lo strano cambiamento di Gesù in risposta al riepilogo dei leader ebrei su ciò che significa la parabola. La considerano come la storia di leadership e regime inaffidabili sostituiti da una leadership e un regime più affidabili, forse pensando a se stessi, e al fatto che l'accordo tra i Romani, Erode e i leader religiosi ebrei fosse migliore di una regalità corrotta che aveva portato alla distruzione e all'esilio molti secoli prima.
È sorprendente per noi che non mostrino interesse su chi possa essere il figlio della parabola. Ai cristiani che la ascoltano, certamente, essa appare come il culmine dell'iniquità nella storia e noi sappiamo perfettamente a chi faccia riferimento e quali eventi imminenti, la morte e la risurrezione di Gesù, siano accennati in questa parabola.
È probabile, però, che il riferimento alla pietra che appare dal nulla - non solo il riferimento ad essa, ma la pietra stessa secondo il Libro di Daniele - sia in realtà la chiave e il suggerimento del significato della parabola.
I capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo non mostrano alcun interesse per il figlio. Comprendono comunque il senso della storia: ogni proprietario assente degno di questo nome potrà disporre rapidamente di quegli affittuari malvagi e sostituirli. Dicono così: "Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo".
Poi Gesù parla della pietra e sembra una totale assurdità. L'ebraico può essere un aiuto, poiché in ebraico figlio è 'ben' e pietra è 'eben'. Ma il contesto è ancora più utile. Questa è una parabola raccontata a Gerusalemme e non solo a Gerusalemme ma nel tempio. Subito dopo l'entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme e la sua purificazione del Tempio. Si sta arrivando ad un climax nella vita di Gesù. La posta in gioco è sempre più alta e lui è abbastanza provocatorio nei confronti dei capi dei sacerdoti e degli anziani con quello che sta facendo e con la giustificazione che dà di quello che sta facendo.
A voi sarà tolto il regno di Dio - Matteo usa raramente questa espressione - dice Gesù, e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. Il regno di Dio è il regno di cui si parla nel Libro di Daniele, rappresentato da una pietra che viene Dio sa da dove, schiaccia i regni terrestri e li sostituisce con un regno che non finirà mai (vedi Daniele 2). Gesù mette insieme questo questo testo con i testi che si riferiscono a una pietra rifiutata che diventa la pietra miliare (vedi Isaia 28:16, Lavoro 38: 6, Geremia 51:26, Salmo 118: 22). A quanto pare, la pietra che i profeti avevano in mente quando usavano questa espressione non era molto lontana da Gesù mentre parlava, perché era la pietra che costituiva l'apice del Tempio, una pietra scartata che ha trovato il suo posto nel luogo del più grande onore.
E forse questo ci aiuta a vedere come sia radicale e inquietante la parabola di Gesù e la sua sfida ai leader ebrei in questo momento. È radicale e inquietante e una sfida non solo per loro ma anche per noi che ascoltiamo e cerchiamo di capire cosa stia succedendo qui. Le persone a cui sarà dato il regno non possono essere banalmente identificate. Non è così semplice farlo come sarebbe il dire che non ebrei sostituiranno gli ebrei. Non è così semplice come sarebbe l'affermare che un gruppo di leader ebrei che sono diventati seguaci di Gesù sostituirà un altro gruppo di leader ebrei che si rifiutano di diventare seguaci di Gesù. Così succede nella storia degli imperi e delle istituzioni del mondo da tempo immemorabile.
Ma crediamo che qualcosa di radicalmente nuovo sia costituito in quello che sta succedendo a Gesù e in ciò che sta succedendo con Gesù. La Chiesa primitiva si trova rapidamente obbligata a parlare di una nuova nascita (come aveva fatto Gesù) e persino di una nuova creazione. Gesù stesso ha parlato di un diverso fondamento di identità e relazione, di una famiglia fondata sul fondamento della fede in lui. Il punto cruciale della parabola, con la strana conclusione della pietra rigettata, è che non si prevede solo un cambiamento di gestione, un svuotare la casa e riempirla di nuovi inquilini, ma qualcosa di molto più profondo. Dobbiamo pensare non solo a una nuova potenza terrena che sostituisca una vecchia ma di un nuovo tipo di potere che trascende costantemente i nostri assodati e tradizionali modi di vedere le cose, chiamandoci sempre a nuova vita.
Altrove nel Nuovo Testamento leggiamo di una vigna le cui viti sono potate se non portano frutto e noi sentiamo Gesù dire ai suoi discepoli qualcosa sull'andare e portare frutto, un frutto che durerà. Quel riferimento alla vite, in Giovanni 15, ci ricorda anche l'identificazione che Gesù fa di se stesso con la vite e di noi con i tralci. La prima lettura della Messa di oggi è una bella poesia, ma forse ci porta in errore quando pensiamo alla parabola che la echeggia. Perché è tutta la vite che è distrutta da Dio secondo Isaia e non solo la leadership al comando.
E il mistero più profondo di questi eventi che si svolgono negli ultimi giorni della vita di Gesù è come egli diventi Israele, egli è Israele, lui che prende su di sé, pur essendo giusto ed innocente, la punizione meritata dai peccati di Israele e anche dai nostri. La disgregazione della comunità di Israele, avvenuta storicamente con la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio di cui si trovano echi anche in questa parabola, avviene prima nel corpo di Gesù, distrutto sulla croce, ma in tre giorni ricostruito. La pietra rifiutata è diventata la pietra d'angolo: ecco uno dei grandi testi sulla risurrezione della Chiesa primitiva (vedi Romani 9,32, Efesini 2,20, 1 Pietro 2,4-7).
Come un commentatore antico ma ancora valido, C.H.Dodds, dice: "Gesù ha considerato il suo ministero come il culmine dei rapporti di Dio con il suo popolo ... la colpa di tutto il sangue dei giusti da Abele a Zaccaria sarebbe caduto su quella generazione". Il culmine di iniquità che è l'uccisione del Figlio diventa la costruzione della Pietra, rifiutata dagli uomini ma stabilita da Dio. Il torchio nella vigna, dice Tommaso d'Aquino nel suo commento a questa parabola, è l'altare del sacrificio. Noi continuiamo a partecipare a questi misteri del peccato e della colpa, della redenzione e dell'amore, in quanto offriamo il sacrificio del Figlio e preghiamo che attraverso la nostra partecipazione ad esso portiamo frutti per il regno di Dio.

domenica 24 settembre 2017

GIUSTIZIA E MISERICORDIA

XXV Domenica A

«Non è giusto, la sua fetta è più grande della mia». «Non è giusto, ha di più!» «Non è giusto, volevo quella blu!». 
Grida dell'infanzia che echeggiano nella mia testa. La parabola degli operai della vigna racconta di un gruppo di operai alcuni dei quali hanno lavorato tutto il giorno, altri per una parte del giorno e pochi per un'ora soltanto. Alla fine della giornata il proprietario paga ognuno di loro con la stessa somma di denaro. Coloro che hanno lavorato tutto il giorno sentono, comprensibilmente, che "non è giusto". Il proprietario della vigna era giusto nel dare loro quello che era stato concordato all'inizio della giornata. Eppure, c'è qualcosa che non torna ...
La maggior parte di noi sente che coloro che hanno lavorato tutto il giorno hanno ragione. Quelli che sono arrivati dopo sono stati stranamente pagati di più per ora di lavoro. Com'è irritante per il primo gruppo sentire il proprietario che fa notare di essere perfettamente giusto, sapendo che, strettamente parlando, lo è, ma allo stesso tempo ce l'hanno con lui.
È molto difficile combinare giustizia e misericordia. Per come li capiamo e ne facciamo esperienza, sembrano incompatibili. Come puoi essere completamente giusto mostrando misericordia (perché la misericordia suona come un "assolvere qualcuno", "accettare di ignorare qualcosa" o addirittura "lasciare che qualcuno la faccia franca con qualcosa")? Come si può mostrare misericordia ed essere al tempo stesso rigorosamente giusti (perché il non insistere sui propri diritti o il non insistere su ciò che ci è dovuto, suona come una decisione di rinunciare alla giustizia)?
Lo stesso problema salta fuori nella storia del figlio prodigo dove il fratello più grande ritiene che il più giovane la stia facendo del tutto franca, divertendosi in un paese straniero, perdendo la sua eredità e poi tornando a casa per essere ricevuto come un principe, anziché come l'irresponsabile perdigiorno che è. La parabola di Matteo degli operai della vigna si occupa degli stessi problemi della parabola di Luca del figlio prodigo.
Di quali problemi? Ebbene, nel contesto in cui Gesù raccontò queste storie, la questione principale era la reazione dei farisei e degli altri al fatto che Gesù accoglieva i peccatori e mangiava con loro. I farisei sono quelli che hanno lavorato tutto il giorno nella vigna del Signore, i peccatori sono quelli che vagano senza meta quando il giorno è quasi finito. Oppure gli ebrei sono quelli che hanno lavorato per tutto il giorno - sono stati il popolo di Dio da secoli addietro - mentre i pagani sono quelli che vagano senza meta alla fine della giornata. Qui è l'importanza della predicazione di Gesù, legata in particolare alla sua frequente affermazione secondo cui egli non è venuto per i sani ma per i malati.
Quindi una prima domanda è se pensiamo a noi stessi come malati o sani. In relazione a Dio, ci consideriamo come appartenenti ai giusti che hanno lavorato duramente tutti questi anni o sentiamo di appartenere ai peccatori cui oggi viene dato il rassicurante ​​messaggio che "non è mai troppo tardi"? Il vangelo di oggi ci sfida in modi differenti, a seconda che ci troviamo tra i malati o i sani.
Una seconda domanda è come consideriamo le altre persone, specialmente quelle che si potrebbe pensare che si siano allontanate da Dio e dalla via della virtù. E se tornano, anche alla fine? È una causa di gioia per noi, una gioia che condividiamo con loro, o ci sentiamo un po' sbalorditi che si siano allontanati così tanto e ci sentiamo di gridare a Dio che 'non è giusto'?
La sensazione di esclusione da ciò che un'altra persona sta godendo fa parte dell'invidia. Ma i doni di Dio non sono come altri tipi di doni. Da bambini sapevamo molto bene che più la torta e il cioccolato erano divisi, meno ce n'era per ciascuno. Con i doni di Dio - grazia, compassione, amore, misericordia - succede che tanto più sono divisi quanto più crescono, perché ognuno che veramente riceve questi doni di Dio e comprende il loro significato diventa a sua volta una fonte di grazia, di compassione, di amore e misericordia nel mondo.
Non possiamo mettere le nostre menti e i nostri cuori dentro le vie di Dio per contenerle o comprenderle. "Le vie di Dio non sono le nostre vie e i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri", dice Isaia. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le vie e i pensieri di Dio sovrastano le vie e i pensieri umani. E quanto le sovrastano? La mente resta sbalordita, e la scienza moderna la confonde ancora di più. Come creature si può dire che siamo come Dio, ma Dio non è come noi, come tanti passi della Bibbia ci insegnano. La parabola di oggi ci spinge a considerare un solo aspetto di questa distanza infinita. Più entreremo nel mondo di Dio, più contempleremo il mistero del suo amore, più cercheremo di vivere secondo il suo spirito e più i nostri standard di onestà e di affari ragionevoli saranno capovolti. "Gli ultimi saranno i primi e i primi, ultimi". Solo l'amore può insegnare la verità di questo paradosso, che l'ingiustizia di Dio è più giusta della giustizia umana.

domenica 17 settembre 2017

RICORDA PER IMPARARE IL PERDONO

XXIV Domenica A

Le letture di questa domenica costituiscono come una sfida per due perle della saggezza popolare. La prima perla sostiene che una persona che ha avuto una particolare esperienza negativa sarà automaticamente empatica e comprensiva verso un'altra persona che ha un'esperienza simile. Molta cura pastorale e tanto supporto terapeutico operano su questa base e ciò sembra ragionevole. Ci aspettiamo che coloro che abbiano sperimentato una particolare perdita o ansia siano più portati ad aiutare gli altri a subire quella perdita o percepire quell'ansia.
Ma il servo della parabola evangelica non ha compassione dell'uomo che gli deve dei soldi anche se il proprio creditore lo aveva appena liberato da un debito molto più grande. La sua azione è sorprendente per coloro che osservano la scena ed è sorprendente per noi, fino al punto che potremmo benissimo restare indifferenti di fronte alla tortura cui è sottoposto alla fine. Potremmo persino trovare gioia in quella tortura e dire 'è degna di lui'.
E qui è la meravigliosa trappola posta da questa parabola, perché ci ritroviamo a comportarci come lui. Chi è lui se non il personaggio di una storia che ha un debito immaginario e chi siamo noi, se non i veri peccatori che sono stati liberati da Dio da un debito reale, la conseguenza dei nostri peccati? Potremmo immaginare che il servo malvagio sotto tortura si volti, guardi verso di noi con gli occhi arrossati e dica: "Pensi di essere diverso da me? Chi di voi, pur essendo stato sciolto da Dio dal debito dei propri peccati, non ha a volte rifiutato di perdonare gli altri, non ha dato tormenti e dolore, non ha usato ogni strategia per farla franca mentre chiedeva conto agli altri severamente del loro operato?'
L'altra perla di saggezza popolare cui le letture lanciano una sfida è che gli esseri umani progrediscono perdonando e dimenticando. Anche questa perla sembra ragionevole, e questi sono i consigli spesso dati a persone che non riescono a lasciarsi alle spalle un'esperienza triste o un tradimento doloroso: "Cerca di perdonare e dimenticare, devi andare avanti e non permettere che questa cosa continui ad avvelenare la tua vita". Ma le letture oggi ci dicono che il perdono è possibile non dimenticando il passato, ma ricordandolo, ricordando di più il passato, ricordando la nostra situazione attuale e ricordando il nostro futuro destino. Se la saggezza popolare dice "perdona e dimentica", la saggezza biblica, arrivando al suo culmine in Cristo, dice "ricorda e così impara il perdono".
I compagni del servo malvagio sono stupiti che egli possa dimenticare così rapidamente la misericordia che gli era stata mostrata. Se tu o io abbiamo difficoltà a perdonare qualcuno, allora possiamo cominciare da qui, ricordando le volte in cui siamo stati perdonati. La prima lettura, dal Libro del Siracide, inizia il suo insegnamento sul perdono a partire da questo punto. Non è ragionevole aspettarti perdono e misericordia se tu non sei disposto a mostrarli. È assurdo continuare a chiedere la misericordia di Dio se non sei disposto ad avere pietà per gli altri. Dobbiamo ricordarci almeno questo.
Ma ci sono altre cose che dobbiamo ricordare mentre cerchiamo di perdonare. Ricorda la fine della tua vita, dice il Siracide, ricorda la distruzione e la morte. Come potrai guardare indietro, possiamo immaginare che dica, se non sei stato in grado di trovare un modo per perdonare. Forse ci ricorda anche il giudizio, il fatto che ognuno di noi deve rendere conto di sé a Dio e dove saremo allora, ansiosi di essere perdonati, ma non comprendendo ciò che il perdono significa perché non lo abbiamo praticato.
Ricorda i comandamenti, continua il Siracide, e ricorda l'alleanza dell'Altissimo. "Fate questo in memoria di me", dice Gesù nell'ultima cena. Ricorda l'alleanza dell'Altissimo, la nuova ed eterna alleanza, sigillata non da un servo crudele (fittizio) sotto tortura, ma dal Figlio (reale) di Dio inchiodato alla croce. Se vuoi imparare il perdono ricorda come il cuore umano della Parola Eterna fu trafitto. Ricorda come quel sangue ha tirato giù le pareti dell'ostilità tra le persone e ha consolidato la pace. Non è una questione di perdono e dimenticanza. È questione di memoria, di ricordare molte cose, e così imparare ciò che significa il perdono.
Coloro che credono in Gesù devono essere ambasciatori del perdono nel mondo e messaggeri di riconciliazione. Ma il perdono non è facile da realizzare e la capacità di perdonare non è una cosa che si raggiunge intenzionalmente. Non importa quanto potente possiamo considerare la nostra forza di volontà, non possiamo forzarci nel perdono. Alla fine è un dono di Dio come Alexander Pope intimò nel suo famoso commento che "errare è umano, perdonare divino". Forse non si tratta di qualcosa che facciamo, ma di qualcosa che ci troviamo capaci di sperimentare, frutto dello Spirito Santo in noi, segno della vita di Cristo in noi, partecipazione alla natura divina, un modo di relazionarci con gli altri nei quali ritroviamo noi stessi (per grazia di Dio) diventando compassionevoli come è compassionevole il Padre celeste .


domenica 10 settembre 2017

LA VERITÀ DELLA COMUNIONE

XXIII Domenica A

Alcuni anni fa il teologo Peter Candler pubblicò un articolo con l'accattivante titolo "Fuori della Chiesa non c'è morte". Che cosa poteva significare? Egli intendeva dire che è solo in una comprensione cristiana dell'esperienza umana che la realtà della morte può essere pienamente compresa. Solo la persona con la virtù teologica della speranza, e la comprensione della persona umana che è richiesta da una tale virtù, può guardare in faccia la morte e vederne tutto l'orrore.
Spesso, noi credenti ci uniamo ai nostri contemporanei negando, in vari modi, la realtà della morte. Ne parliamo come se non fosse un grosso problema, come se fosse un passare da una stanza all'altra, e immaginiamo che la vita continui più o meno come prima, ma senza mal di testa o indigestione, senza sangue, sudore o lacrime. La persona di speranza, invece, non ha una tale visione delle cose con cui consolarsi. L'oggetto diretto della nostra speranza è Dio, non una forma futura della vita umana. L'oggetto della speranza è Dio che è amore e che è la vita, nella cui Parola abbiamo fiducia quando ci parla di una partecipazione alla sua vita eterna. Ma non sappiamo praticamente niente di che cosa sarà o di come sarà, tranne che sarà una vita, che sarà una vita d'amore e che comporterà la compagnia di Cristo e dei santi.
Proprio come si può essere veramente coraggiosi solo quando si affronta qualcosa di pauroso, così è possibile sperare solo quando si affronta qualcosa che presenta estrema difficoltà. Proprio come la paura e il coraggio non sono incompatibili, ma uno richiede l'altro, così la tristezza e l'ansia da un lato e la speranza dall'altro, non sono incompatibili ma si richiedono reciprocamente. Tant'è vero che la speranza rende possibile la vera tristezza proprio come il coraggio ci dà un vero apprezzamento di ciò che temiamo. Questo, credo, è ciò che Candler intendeva dire sul fatto che al di fuori della Chiesa non c'è morte: solo in una comprensione cristiana dell'esperienza umana possiamo assaggiare pienamente la realtà di situazioni negative come la paura, l'ansia, la tristezza e la perdita.
La lettura evangelica di oggi riguarda la scomunica, la situazione triste e difficile nella quale la comunità cristiana giunge alla conclusione che uno dei suoi membri, per motivi di fede o stile di vita, non è più in piena comunione con la Chiesa. Preferiamo non pensare a tali cose, come preferiamo non pensare alla realtà della morte. Infatti, la scomunica è una specie di morte, una ferita terribile nel corpo di Cristo, una vera tristezza e una profonda perdita. Significa che non abbiamo mantenuto la comunione a cui Cristo ci chiama e per cui ha pregato nella sua ultima grande preghiera al Padre.
La lettura del Vangelo dice che dobbiamo fare ogni tentativo per mantenere quella comunione: parlare privatamente con una persona prima di tutto, parlarle in presenza di una o due altre persone, e solo se è assolutamente necessario porre il caso all'attenzione di tutta la Chiesa. La conclusione è fredda e possiamo anche chiederci: 'è cristiano'? Sicuramente possiamo trovare un modo per stare insieme, per rimanere in comunione! Ma anche la verità preme, non per servire una struttura del potere o per mantenere una certa finta conformità. La verità preme perché è la verità di quella comunione stessa: cosa potrebbe succedere se il fondamento della nostra unità fosse annullato da ciò che una persona crede o da come una persona vive? La nostra comunione morirebbe.
Questo passo del vangelo di Matteo tratta della difficoltà di rimanere insieme e riflette su come, anche nella Chiesa primitiva, successe molto rapidamente che si presentassero dei problemi a stare insieme. A volte le persone faranno le cose, o arriveranno a credere delle cose, che la Chiesa considera incompatibili con la vita del vangelo. Ovviamente esitiamo a usare la parola "scomunica" ma nei rapporti umani è questa a volte, purtroppo, la realtà. Anche dopo aver fatto del nostro meglio, non vediamo come alcuni possano restare dentro la vita della comunità. Alcuni modi di vivere e alcune convinzioni non sono compatibili, per quanto possiamo vedere, con la vita nella Chiesa. Di solito sono le persone stesse che prendono la decisione di separarsi dalla Chiesa perché non condividono più le proprie convinzioni o non sono più convinti della bontà del suo insegnamento. Molto raramente la Chiesa stessa fa questa decisione su una persona o un gruppo di persone.
Non possiamo mai essere felici dell'esclusione di un fratello o di una sorella. È una morte e la morte è terribile, l'ultimo nemico dell'uomo che fiorisce, un fallimento definitivo. Ma nell'ambito della speranza cristiana, l'esclusione non può mai essere l'ultima parola su una persona o sul nostro rapporto con lei. Tali persone rimangono sempre figlie del Padre celeste, chiamati ad essere fratelli e sorelle di Gesù. Mi piace pensare che i due o tre riuniti nel nome di Cristo alla fine di questa lettura evangelica sono gli stessi due o tre che hanno precedentemente affrontato il fratello o la sorella nell'errore. Stanno pregando e la preghiera è l'atto proprio della virtù della speranza. Nella loro mente mentre pregano deve esserci lo stesso fratello o sorella cui la Chiesa ha deciso di rapportarsi come se fosse un pagano o un esattore delle tasse. E c'è Cristo in mezzo a loro.
Fuori della Chiesa non c'è morte perché la vita cristiana ci rende più sensibili alla verità di ciò che la morte è veramente. Ma al di fuori della Chiesa, possiamo dire, non c'è un "fuori", perché le preghiere della Chiesa, come l'ansia dei genitori amorevoli, seguono i propri figli ovunque. Anche quando non possiamo vedere come si possa trovare l'unità e la riconciliazione, dobbiamo continuare a sperare di raggiungerle, pregare e lavorare per conquistarle. Tutti i comandamenti sono riassunti, dice San Paolo, in questo: "Ama il prossimo come te stesso". Sappiamo che tutti sono il nostro prossimo, quelli che vivono e quelli che sono morti, quelli che sono malati e quelli che stanno bene, quelli che sono in comunione gioiosa con noi e quelli che sono in triste separazione da noi. Noi sfioriamo i limiti delle nostre capacità, ma sappiamo che il Signore, crocifisso per la nostra riconciliazione, allunga le braccia lungo gli orizzonti più lontani di questa creazione per raccogliere tutti i figli di Dio dispersi.

domenica 6 agosto 2017

ADORARE DIO SIGNIFICA VIVERE NELLA VERITÀ

Trasfigurazione del Signore
Ascoltiamo il vangelo della trasfigurazione di Gesù ogni seconda domenica di Quaresima e di nuovo in occasione della festa di oggi, la festa della Trasfigurazione del Signore. Quest'anno è il turno del vangelo di Matteo, ma è illuminante pensare a ciò che ciascuno degli evangelisti decide di ignorare e a ciò che decide di includere rispetto agli altri due racconti della stessa esperienza.
Matteo, ad esempio, non mostra Pietro e gli altri due discepoli abbastanza ottusi come potrebbero sembrare in Luca e Marco. Il commento che Pietro, sempre il primo ad aprire bocca, "non sapeva che cosa dire", è omesso da Matteo. Egli è generalmente più benevolo nel suo resoconto sui discepoli  e, comunque, certamente più gentile di Marco che li presenta come quelli che prendono sempre qualche cantonata.
Qui, l'approccio di Matteo corrisponde a un aspetto di ciò che significa la trasfigurazione, che è un momento di rassicurazione per i discepoli. Succede, ci dice, "sei giorni dopo". Sei giorni dopo? Sei giorni dopo che Gesù aveva detto loro per la prima volta che doveva andare a Gerusalemme, essere rifiutato e condannato, soffrire e essere messo a morte. La trasfigurazione è un momento di rassicurazione e di incoraggiamento per loro per continuare a seguire Gesù anche in vista di ciò che Gesù aveva iniziato a dire loro circa il proprio destino. È un "sigillo divino" sulla via che Gesù sta percorrendo e su ciò che sta dicendo della sua missione.
La scena è ricca di figure, scenari e testi tradizionali e familiari. Naturalmente, i discepoli sapevano chi erano Mosè ed Elia. Il paesaggio - su una montagna, con una nuvola che fa ombra e una voce  - evoca immediatamente un'esperienza della presenza divina. Sicuramente essi capirono qualcosa anche del significato delle parole pronunciate dalla nube. Del figlio amato di cui Dio si compiace, riferiscono Isaia e altri profeti. Potrebbero aver avuto familiarità anche con la profezia di Mosè nel Libro di Deuteronomio su un grande profeta, la cui autorità sarebbe stata paragonabile a quella di Mosè stesso. "Ascoltatelo", aveva detto Mosè, fornendo le parole per la voce divina della trasfigurazione.
Ma se i personaggi e le scenografie e le parole di questo momento drammatico sono tutte familiari, il significato del loro essere messe insieme in questo modo e colui intorno al quale sono messe insieme, ne fanno un'esperienza di qualcosa di radicalmente nuovo. Anche se ciascuno dei suoi elementi è anticipato nell'Antico Testamento, non c'è assolutamente nulla di simile nell'Antico Testamento. Gesù sta aiutando i discepoli a fare il passaggio dai modi in cui hanno capito la vita e Dio fino ad allora ad un modo completamente nuovo di comprensione della vita, di Dio e di se stessi per il futuro. Il cammino che viene chiesto loro di fare è solidamente radicato in tutto quello che era stato loro insegnato sul Dio d'Israele e tuttavia è un cammino che li trasformerà completamente per quanto riguarda quello che pensavano e come vivevano. È insieme familiare e completamente misterioso, quindi la loro paura è comprensibile.
Relativamente a questo c'è un altro dettaglio del racconto di Matteo, che non è menzionato né in Luca né in Marco. Gesù, ci dice, li toccò e disse loro di alzarsi. Hanno fatto ciò che gli esseri umani dovrebbero fare alla presenza di Dio: si sono inchinati, si sono inginocchiati e si sono buttati con la faccia a terra. Ma il grande risultato dell'adorazione di Dio, ben diverso dall'adorazione di tutto ciò che è inferiore a Dio, è che ci rialziamo più grandi per il fatto di aver adorato.
Ogni volta che adoriamo qualcosa di meno di Dio dobbiamo consegnare una parte della nostra identità a quella cosa. Siamo quindi meno di quanto potremmo essere per il fatto di avere adorato un idolo. Può essere il denaro o il potere o un gruppo di persone o un'ideologia politica o un'organizzazione religiosa o una vaga astrazione - l'adorare un idolo, un falso dio, ci rende sempre meno di quello che siamo. Quando lo facciamo, dobbiamo rendere omaggio a tutto ciò che adoriamo in questo modo. Dobbiamo investire qualcosa di noi e tali falsi dèi hanno grandi appetiti.
Ma adorare Dio non significa perdere nulla della nostra identità. Infatti significa l'opposto, perché non siamo rivali di Dio e Dio non è un nostro rivale. Adorare Dio è vivere nella verità. Questa è la realtà della nostra situazione: siamo creature e servi di Dio, chiamati a seguire la via del Suo Figlio. Alla presenza di Dio, il Figlio ci dice di "alzarci". Abbiamo già un'assaggio della grandezza che viene rivelata, non solo la grandezza rivelata in Gesù, ma la grandezza rivelata in Lui per noi. La seconda lettura parla della «potenza di Dio che ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall'eternità».
Romano Guardini, un teologo che lavorava a Berlino quando il potere nazista era all'apice, decise con colleghi e amici di provare a diffondere dichiarazioni per contrastare ciò che stava succedendo. Decise di scrivere prima di tutto sull'adorazione, perché l'adorazione, dice, è "la salvaguardia della nostra salute mentale, della nostra più profonda solidità intellettuale". "Ogni volta che adoriamo Dio", scrive, "qualcosa succede dentro di noi e su di noi. Le cose rientrano in una vera prospettiva. La vista si affina. Molto di quanto che ci disturba va a posto. Si distingue più chiaramente il bene e il male. ... Raccogliamo le forze per soddisfare le esigenze che la vita ci impone, fortificati nel cuore stesso del nostro essere, e acquisendo una solida comprensione della verità ".
Inginocchiarci prima che Dio esprima la verità della nostra situazione; essere abilitati ad alzarci in piedi in presenza dello stesso Dio, su invito del Suo Amato Figlio e attraverso la sua opera salvifica, è la grazia meravigliosa che si è manifestata attraverso la comparsa di Gesù nostro Salvatore.

domenica 30 luglio 2017

LA RICERCA DEL REGNO

XVII Domenica A

Salomone è ricordato per la sua saggezza e per questa reputazione la maggior parte della letteratura sapienziale della Bibbia è attribuita a lui. Per lui la perla di grande valore, il tesoro nascosto nel campo di questo mondo, è la saggezza e la comprensione, necessari per governare bene. Il Signore è soddisfatto della sua richiesta e gli dà un cuore saggio e intelligente.
La persona che trova il tesoro nascosto in un campo è, ci dice Gesù, piena di gioia. È trasformata, la sua vita è radicalmente cambiata, mentre va e vende tutto per comprare il campo. Il mercante si trova in una situazione diversa dal momento che il suo compito è cercare perle. Passa la sua vita alla ricerca e alla fine ne trova una di grande valore. Non ci racconta la sua gioia, ma possiamo presumerla, dato che anche lui va, vende tutto ciò che ha e compra la perla.
In un caso ci viene detto che il Regno dei Cieli è come il tesoro, nell'altro caso ci viene detto che il Regno è come la ricerca del mercante. Quindi il Regno è nel rapporto tra le persone e qualcosa di grande valore che dà loro gioia e diventa il centro assoluto della loro vita, la loro ossessione. Potrebbero trovarlo sul loro cammino fortuitamente o come risultato di una lunga ricerca. In entrambi i casi, diventa l'obiettivo esclusivo della loro vita da quel momento in avanti.
Così Dio è diventato l'obiettivo esclusivo della vita di Mosè dopo il suo incontro con Lui nel roveto ardente. Così è stato anche per Davide e per Salomone che, nonostante le loro molte altre distrazioni e debolezze, rimasero concentrati sul Signore e sulle sue intenzioni per il suo popolo. Ancora più che per costoro, il Padre è il centro esclusivo della vita di Gesù fin dal primo momento della sua esistenza.
Ci restano delle domande sull'uomo che ha trovato il tesoro e il mercante alla ricerca di perle. Per quale motivo hanno voluto queste ricchezze? La richiesta di Salomone ha senso per un uomo nella sua posizione. Per il cercatore del tesoro e per il cercatore di perle sembra che bastasse loro possedere una così grande ricchezza.
Con il tesoro del Regno, o il tesoro affidato a Mosè da Dio, o la saggezza affidata a Salomone da Dio, o la missione affidata agli apostoli da Gesù, abbiamo le parole delle Scritture per spiegarci perché il Regno è il Tesoro nascosto nel campo e la perla di grande prezzo. Ci insegnano perché sia ​​valida la ricerca del Regno. È perché significa vita per gli esseri umani, la pienezza della vita per gli esseri umani, la vita eterna per gli esseri umani. Conoscere il Padre e Gesù Cristo che ha mandato: questa è la vita eterna, dice Gesù all'inizio della sua preghiera sacerdotale nel vangelo di Giovanni. Vale la pena esplorare, valutare, studiare e mettere in pratica la legge, i profeti e le scritture . Le parole delle Scritture sono il campo in cui cerchiamo il tesoro. Perché cercare lì, qualcuno potrebbe chiedere? Con Pietro possiamo rispondere: dove altro possiamo andare? Le Scritture riguardano tutte Gesù ed è lui che ha le parole di vita eterna.

sabato 29 luglio 2017

UNA STRAORDINARIA LEZIONE SULLA PREGHIERA

29 Luglio - Santa Marta

Santa Marta è ricordata ed onorata come un'amica di Gesù che lo ha ricevuto nella casa che condivideva con Lazzaro, suo fratello, e con Maria, sua sorella. Marta è ricordata come una donna pratica che, nel vangelo di Luca, è corretta da Gesù quando si lamenta che Maria lascia tutto il lavoro a lei. "Maria ha scelto la parte migliore", dice Gesù, il che significa che Maria, alimentata spiritualmente da Gesù, è meglio di Marta che nutre Gesù con l'alimentazione fisica.
Almeno questa è l'interpretazione tradizionale e così Marta è giunta a rappresentare la vita attiva insieme a Maria che rappresenta la vita contemplativa. L'unica divergenza da questa tradizione di cui io sono al corrente è Meister Eckhart che interpreta il commento di Gesù a Marta con questo significato: "Maria ha scelto ciò che per lei, per ora, è la parte migliore". Eckhart non ha dubbi sul fatto che Marta sia stata più avanzata nella sequela di Cristo, come si può vedere dalla sua compassione, dalla sua premura e dal suo desiderio di servire Gesù. La maturità cristiana è estatica in questo modo, nell'uscire da sé per dare piuttosto che ricevere, nell'assistere altri prima di pensare a se stessi. L'interpretazione di Eckhart sembra seguire l'insegnamento di Tommaso d'Aquino per il quale la forma più perfetta di vita è quella in cui non solo si contempla ma anche si condivide con gli altri i frutti della propria contemplazione.
E questa è l'immagine di Marta che emerge dal famoso episodio di Luca, capitolo 10. L'altra lettura evangelica che può essere scelta oggi è dal vangelo di Giovanni, capitolo 11. Vediamo che è la stessa Marta che si avvicina a Gesù mentre egli arriva alla loro casa quando Lazzaro era già morto. «Se tu fossi stato qui», dice a Gesù. È diretta, persino brusca, ancora una volta pratica e semplice nel suo reclamo.
Ma ora apprendiamo di più sul suo rapporto con Gesù e vediamo come le cose sono mature tra loro. "So che anche ora Dio ti darà tutto quello che vuoi", dice Marta. "Tuo fratello risorgerà", risponde Gesù. «Lo so», dice, forse con un tono di sarcasmo, «nella risurrezione, nell'ultimo giorno». Lo schema del vangelo di Giovanni è ben noto: a partire da un malinteso da parte di un ascoltatore Gesù porta lo stesso a un livello di comprensione molto più profonda e, in tal modo, rivela qualcosa di straordinario su se stesso. Queste rivelazioni, generate in esperienze di conversazione trascendentalmente fruttuosa, spesso cominciano con le parole "io sono". E così è qui: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno". Gesù chiede a Marta se lo crede e ciò la porta a una professione fruttuosa e feconda di verità: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo".
Questa donna, la cui personalità è già conosciuta dal vangelo di Luca, ci mostra che la preoccupazione pratica e l'azione compassionevole non costituiscono un ostacolo alle più profonde realizzazioni spirituali. Al contrario, sembra. E ci dà una straordinaria lezione di ciò che significa pregare. La preghiera che impariamo da Marta è semplicemente una conversazione con Gesù, una conversazione trascendentale. Ovviamente queste sono parole mie piuttosto che sue, mentre cerco di attingere qualcosa dalla ricca esperienza che lei testimonia. Pregare significa avvicinarsi al Signore con i nostri bisogni e le nostre rimostranze, non nascondere niente nel parlare con lui, aprire i nostri cuori, le menti e le vite alle sue parole giuste e curative ed essere aiutati a superare il ​​nostro attuale livello di comprensione per vedere di più del mistero divino che sta venendo nel mondo, per essere portati ulteriormente dentro la luce della verità su Gesù Cristo che è, come impariamo attraverso le domande di Marta, "la risurrezione e la vita".
L'incontro di Gesù con Marta in Giovanni 11 rivela la sua natura divina. Il suo incontro con Maria, sua sorella, che segue immediatamente, rivela la sua natura umana, mentre piange con lei per il suo amico che è morto. Ma la grandezza di Marta potrebbe essere trascurata, la lezione che ci offre su come stare con Gesù, come parlare con lui, come permettergli di correggerci e di portarci sempre più nel mistero della sua persona. Almeno oggi, la sua festa, dobbiamo onorare il ricordo di questa donna pratica, valorosa, saggia e compassionevole.